Cosa significa per noi partecipare al Milano Pride?
Pubblicato da Salem Torghele il
cos'è il milano pride? e cosa significa per noi partecipare?

Cos’è il pride?
Il pride è una manifestazione che si svolge nel mese di giugno. è un momento non solo sociale ma anche politico in cui le persone queer (termine generale per le persone che non si definiscono eterosessuali o cisgender) rivendicano il proprio diritto di esistere e di essere così come sono.
La manifestazione viene fatta per rivendicare i più basilari diritti di sicurezza, dignità e libertà di essere e di amare.

Perché il pride si festeggia a giugno? Un po’ di storia
Negli Stati Uniti, negli anni Cinquanta, si intensificò la repressione contro gli omosessuali.
All’epoca non esisteva alcuna legge in grado di sancire la chiusura dei locali frequentati da persone transgender e omosessuali, eppure era frequente che questi stessi locali fossero vittime di incursioni da parte delle forze dell’ordine.Durante questi raid da parte della polizia non era raro che le persone venissero arrestate per essersi scambiate effusioni, per indossare abiti non conformi al sesso d’appartenenza o semplicmente per aver consumato alcolici.
Uno dei più famosi raid avvenne il 28 giugno 1969 allo Stonewall Inn di New York. Qui la polizia fece una retata arrestando tutte le persone prive di documenti, o che vestivano con abiti non conformi al sesso di appartenenza o erano dipendenti del bar. Questa volta, però, coloro che ancora una volta vedevano i propri diritti negati decisero di ribellarsi. A causa di questo evento un’ampia folla si radunò davanti al locale e i giorni successivi furono caratterizzati da numerosi tumulti e sommosse. A un anno dai moti di Stonewall il Gay Liberation Front organizzò una marcia in centro a New York per commemorare l’anniversario, alla quale migliaia di persone presero parte. Proprio per questo motivo giugno è il mese del Pride.
Da lì in poi sono state organizzate marce nel mese di giugno in tantissime città, tra cui Milano. Negli ultimi anni questa è diventata sempre più partecipata, non solo dalle persone ma anche da molti sponsor.
Le nostre riflessioni sul Milano Pride
Il Milano Pride è attualmente uno dei più grandi e partecipati in Italia, ma per arrivare a questo punto ha dovuto allontanarsi molto dalle sue caratteristiche storiche: la presenza massiccia di sponsor e istituzioni, ad esempio, è molto lontana dal carattere rivoluzionario, di lotta antisistema e anticapitalista che il Pride ha avuto ai suoi albori.
La parata del Milano Pride ad oggi non rappresenta più uno spazio di rivendicazione politica, si è ormai ridotto ad essere uno strumento di rainbow washing da parte di aziende che nel resto dell’anno non fanno altro che alimentare lo stesso sistema che opprime, sfrutta, sottopaga e ignora i diritti basilari dellɜ lavoratorɜ.
Più in generale, tra un percorso in più punti inaccessibile per le persone disabili e l’assenza di un servizio di cura adeguato alle dimensioni del corteo, il Milano Pride risulta sempre meno intersezionale e sempre più respingente per molte soggettività marginalizzate.
Per via di queste criticità, abbiamo riflettuto a lungo prima di decidere se partecipare o meno. Abbiamo scelto, infine, di prendere comunque parte alla parata: partecipiamo nel tentativo, nel nostro piccolo, di riportare all’interno della parata delle tematiche realmente intersezionali, per riprenderci lo spazio che ci spetta e non lasciare il Pride in mano a chi vorrebbe privarlo del suo carattere di protesta e rivendicazione.
Il carro a cui parteciperemo, inoltre, è un carro nato totalmente dal basso, riunisce noi di Studenti Indipendenti presenti in tutte le università pubbliche milanesi e altre realtà come Rete della Conoscenza e Lato B che sentono la necessità di uno spazio per fare queste rivendicazioni.
Il 27 giugno scenderemo in piazza per rivendicare il nostro diritto ad esistere senza essere marginalizzatɜ , molestatɜ, picchiatɜ o uccisɜ. Questo governo si riempie spesso la bocca con la parola “sicurezza”, ma noi non ci sentiamo per nulla sicurɜ: al contrario, con l’avanzata della destra il clima di odio per le persone queer non ha fatto che intensificarsi. Quella che chiamano sicurezza non è altro che repressione di ogni forma di dissenso, che inevitabilmente si abbatte anche sulle persone queer.
Vogliamo inoltre rivendicare il nostro diritto all’autodeterminazione, che viene costantemente minato: nel 2025 è stato depositato in Senato il cosiddetto DDL disforia, che oltre a tentare di rendere ancora più difficoltoso l’accesso a percorsi di affermazione di genere per lɜ minori trans* propone l’introduzione di un registro nazionale che tenga traccia di tuttɜ coloro che stanno seguendo una terapia ormonale; si tratta, di fatto, di un tentativo di schedare le persone trans* in Italia. è inaccettabile che lo Stato pretenda di poter controllare in questo modo i nostri corpi e le nostre identità. Autodeterminazione significa sottrarre le nostre esistenze dal controllo delle istituzioni, rivendicando che nessuno, al di fuori di noi stessɜ, ha l’autorità di decidere cosa fare con il nostro corpo.
Un altro pesante attacco alle soggettività queer è arrivato di recente con l’approvazione del DDL Valditara, che ha di fatto reso l’educazione sessuale un tabù subordinandola al consenso dei genitori per le scuole secondarie e riducendola ad una sterile descrizione biologica in quelle inferiori. L’educazione sessuale viene così controllata, censurata, affinchè non si osi parlare di identità, desiderio, consenso, piacere, autodeterminazione, orientamento sessuale, genere, affetti, ma si insegni invece a “prevenire l’infertilità”, con il chiaro obiettivo ideologico di privare la sessualità di qualsiasi dimensione diversa da quella puramente riproduttiva. Come dimostrano le dichiarazioni del ministro Valditara sul bisogno di “tutelare i bambini dalla propaganda gender”, è chiaro che l’obiettivo di questa legge sia attaccare le soggettività queer e invisibilizzarle, spingendole ancora di più ai margini della società e privando lɜ giovani degli strumenti necessari a conoscersi e identificarsi in modo libero.
Come pretendiamo autodeterminazione per i nostri corpi, pretendiamo autodeterminazione per tutti i popoli. Il pensiero non può che andare al popolo palestinese: l’attenzione mediatica è calata, ma il genocidio non si è fermato. Mentre i palestinesi continuano a morire per mano di Israele, quest’ultimo sfrutta la causa queer per ripulirsi l’immagine e giustificare le proprie azioni: ogni volta che denunciamo le azioni di Israele, ci viene detto che stiamo tradendo la nostra comunità, perché in Palestina verremmo uccisɜ per la nostra identità. Rifiutiamo questa strumentalizzazione della nostra causa: la lotta per la liberazione dei corpi è anche quella per la liberazione dei corpi; non esiste libertà sotto un sistema coloniale. In questo contesto, denunciamo con forza la complicità non solo di molte delle aziende sponsor di questa parata, ma della nostra stessa università: finché non cesserà la collaborazione con Leonardo S.p.A. e altre aziende del settore, il Politecnico avrà le mani sporche di sangue.
Infine, come studentɜ universitari, vogliamo ribadire la necessità di spazi sicuri nella nostra università. Negli ultimi anni il Politecnico ha preso parte al Pride, coinvolgendo studentɜ queer e illuminando il rettorato con la bandiera arcobaleno, ma questa presenza appare spesso solo di facciata: vengono fatti tanti discorsi sull’inclusività, ma restano sempre legati ad una logica aziendale o istituzionale. Attraversiamo il Politecnico ogni giorno, e spesso ci sentiamo esclusɜ, a partire dal linguaggio usato nelle comunicazioni ufficiali. Con l’approvazione delle carriere alias accessibili senza certificazioni mediche e psicologiche si sono fatti dei piccoli passi avanti, ma il poli è ancora ben lontana dal poter essere realmente considerata uno spazio sicuro e accogliente per le soggettività marginalizzate.

